La tenerezza nella vita di coppia e come stile di vita

data: 13 Maggio 2005 - Introduce unacoppia dell’equipe

INTRODUZIONE
Guido
La persona è equilibrata, dice Froom quando riesce a fermare l’egocentrismo e ad essere equilibrato nel rapporto con gli altri.

Noi siamo come un grande contenitore colmo di sentimenti ed emozioni che si alterano e prevalgono a secondo della situazione che stiamo vivendo. Siamo noi e le contingenze esterne che determinano l’insorgenza e la durata di certi atteggiamenti, sia per quelli negativi che per quelli positivi.

Mi potrete certo dire, e con ragione, che questa è solo teoria e che la vita è altra cosa. Ed è tutto vero.
Ma è anche vero che noi siamo chiamati a portare a compimento il nostro essere persona, perché Cristo ci giudicherà soprattutto in questo, e per tendere a questo obbiettivo, non dobbiamo lasciarci trasportare dal treno della società in modo passivo, ma dobbiamo riappropriarci di quel “ contenitore “ di cui parlavo prima, e rimettere in ordine quel mucchio di sentimenti ed emozioni, dominarle, cercando di far emergere quegli atteggiamenti propri del nostro essere persona divinizzati, attraverso il battesimo, in Cristo Gesù.
E poi se ci pensiamo bene,gli atteggiamenti positivi, a differenza di quelli negativi, ci permettono di vivere meglio e con grande libertà interiore. Quelli negativi ingenerano altri disagi, come si suol dire buttano benzina sul fuoco, fino a diventare se non recuperati, situazioni patologiche.

Stasera parleremo di tenerezza, questo sentimento che apparentemente può sembrare marginale ma che se ci pensiamo bene è un atteggiamento di primaria importanza che ci permette di vivere relazioni più equilibrate e più ricche di contenuto.

Tanto per fare un primo esempio, proviamo a pensare al cibo.
Se noi prendiamo della carne, dire che è tenera rende la pietanza più gustosa e la fa apprezzare in tutte le sue qualità perché tutto viene messo in evidenza.
Mentre quando è dura, molto spesso diventa immangiabile e la si consuma controvoglia, quasi con disgusto, e può esser cucinata con la ricetta più sofisticata, ma quello che emerge di negativo, annulla tutte le qualità positive della pietanza.
Così accade anche per la persona.
Si può apparire nel modo più elegante e più bello, ma se non disponiamo di atteggiamenti interiori che trasmettono all’altro, comprensione, accoglienza, disponibilità etc… è come un pezzo di carne dura ma ben guarnita.
Con la tenerezza si arriva al cuore dell’altro.

Divideremo questa nostra riflessione in due parti:
all’inizio cercheremo di partire dalla scrittura per vedere, attraverso alcuni passaggi che noi abbiamo scelto tra i tanti, come Dio Padre prima e poi Gesù dopo, ci tracciano un percorso al quale noi dobbiamo tendere e modellare ogni nostro comportamento.
Nel secondo momento valuteremo questo atteggiamento su piano socio-psicologico per vedere come anche un non cristiano può appropriarsi di questo sentimento.
Infine cercheremo di fare delle conclusioni per proporre degli spunti di riflessione da parte di ognuno di noi: piccoli semini che riporteremo a casa e cercheremo di far germogliare nella nostra quotidianità.
Obbiettivi:
- recuperare il senso della tenerezza come stile di vita.
- educarsi alla tenerezza e coltivarla
- la tenerezza avvicina la persona
- la tenerezza (umus) della persona

Cerchiamo di chiarire e di chiarirsi per prima cosa si intende per tenerezza e se

C’è differenza fra tenerezza e tenerume?

Dicesi tenerume “ eccesso di sentimentalismo, smancerie,svenevolezze”. Il tenerume essenzialmente è un sentimento egocentrico teso alla ricerca del proprio benessere. Quando si attivano questi atteggiamenti è solo per ottenere un qualcosa dall’altro “ quando il diavolo ti accarezza significa che vuole l’anima”

Cosa è la tenerezza

- Ma cos’è la tenerezza?

Dal dizionario si può ricavare: “ la tenerezza è un sentimento di soave commozione, di attenzione amorevole” E’ un atteggiamento che se uno lo possiede lo pone in una dimensione di servizio e lo porta ad aprirsi al tu dell’altro e quindi al Tu divino.
Gli permette di porsi in modo nuovo e più accogliente dinnanzi alla diversità dell’altro o degli altri. In altre parole la tenerezza è il desiderio di amare e di essere amati. La tenerezza trova il suo fondamento antropologico non in concettualizzazioni astratte o speculative, ma nel cuore stesso della persona, nella sua vocazione all’amore e alla comunione, riflesso del suo essere creata ad immagine e somiglianza del Creatore: è questo il presupposto teologico da cui deriva la profonda aspirazione della persona a realizzarsi come essere di tenerezza. Il Dio Uno-Trinitario nel quale crediamo non è un Io-solo, ma un Io-Noi e vive in se stesso un’eterna dedizione di dono, accoglienza, condivisione.
Secondo molti psicologi, la realtà profonda della persona risiede nel tendere ad un vita realizzata nell’amore. La nevrosi nasce dalla mancata attuazione di questa tendenza che induce nel più profondo dell’essere una specie di desiderio di vendetta o di rivincita. L’educazione alla tenerezza e al suo sviluppo non rappresenta dunque un problema di ordine unicamente psicologico o di sola pedagogia familiare; è di natura antropologica e da essa dipende, in buona parte, la condizione di felicità o di infelicità della persona. Da quando, appena nati, ci apriamo al sorriso siamo già esseri in relazione che manifestano un desiderio di tenerezza. Il nostro primo gemito non è l’inizio di una “vita di pianto”, come pensava G. Leopardi, ma l’appello a farsi riconoscere come esseri viventi che invocano la tenerezza, sentendosi amati e sentendo di amare.

DIO E’ TENEREZZA

GESU’ TENEREZZA FATTA CARNE

Per prima cosa noi cristiani dobbiamo partire da un punto fermo:
noi siamo divinizzati in Cristo per mezzo del battesimo e quindi, come dicevamo prima, a livello spirituale vengono assunte tutte quelle caratteristiche proprie di Dio Padre. E’ compito nostro, come più volte abbiamo sottolineato, impegnarsi a fare emergere tutte quelle caratteristiche di cui siamo dotati e che talvolta non ce ne rendiamo neppure conto.
Dobbiamo riappropriarci della nostra identità di persona nella totalità per cercare di portarla a compimento.
Di vita ne abbiamo a disposizione una sola ed il tempo che ci è stato dato non dobbiamo assolutamente sciuparlo.

Come Dio e’ tenerezza

Ognuno di noi, in quanto battezzati, ha il dovere di volgere il proprio atteggiamento a Dio , infatti Gesù ci dice: “ siate perfetti come perfetto è il padre vostro.”
Cerchiamo allora in modo sommario di mettere in evidenza quale indicazioni ci propone la scrittura.

Dio è tenerezza?

La scrittura straripa di esempi di tenerezza e vi è quasi un esubero di questa parola. Basti pensare ai profeti ai salmisti che sono i portavoce ispirati di Dio Padre.

- “Qual è l’atteggiamento di Dio che ci viene esplicitato nella Bibbia?

La grande tenerezza di Dio Padre, che io chiamerei Tenerezza-Amore, viene rivelata facendosi Egli stesso compagno di viaggio attento e premuroso per la sua creatura a cui, nonostante le continue infedeltà, è sempre rimasto fedele fino alla Kènosis di morte del figlio.
Dio è il tutt’altro, il trascendente, è padre e madre nello stesso tempo. Ha in sé tutte le caratteristiche maschili e femminili.
La tenerezza di Dio può essere paragonata a quella di una madre ma con contenuti infinitamente più grandi e sicuri.

“ Sion ha detto : – il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato-. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non intenerirsi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai “ ( IS49.14-15;66,13)

La tenerezza del Signore è egualmente assimilabile a quella di un padre verso i figli: “ Come un padre prova tenerezza per i suoi figli, così il Signore è tenero verso quanti lo temono” ( Sal. 103,13).

E nonostante le difficoltà di relazione,
Dio Padre con la Sua infinita tenerezza è sempre pronto a ricucire il rapporto e a riproporsi ( un po’ quello che dovremmo fare noi nei nostri rapporti quotidiani).
“ Le Tue tenerezze sono grandi, Signore “ afferma il salmista (Sal. 119,156)
E ancora: “ Buono è il Signore verso tutti, la Sua tenerezza si espande su tutte le creature. “ ( Sal 14.9 )
E Isaia 54,7 fa dire al Signore: “ Per un breve istante ti ho abbandonato, ma ti riprenderò con immensa tenerezza”
Una tenerezza, che nonostante tutto, fa dire al Signore: “Io li guarirò delle loro infedeltà,li amerò di vero cuore. “ ( Os. 14,5)
La tenerezza del Signore rimanda infatti ad un amore che non si lascia fermare da niente, non derivando da presunti meriti di coloro che ne sono oggetto, ma solo dalla benevolenza gratuita con cui Dio si muove alla misericordia ed al perdono, alla comprensione e alla pazienza, senza alcun limite.


E questo amore, come dicevo prima, lo esprime sempre in termini di profonda tenerezza. Vediamo un passo del brano che abbiamo letto questa sera che a noi sembra assolutamente significativo:
“ Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore: ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare… Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele?…Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione.” (OS 11,3 GER 31,20)

GESU’ E’ TENEREZZA.

E con tenerezza si è fatto prossimo dell’altro, specialmente dei più bisognosi.
Ogni categoria di “ ultimi “ ( pubblicani e prostitute, indemoniati, ammalati, ciechi e lebbrosi, peccatori e pec¬catrici, stranieri, donne, vedove, bambini, poveri e ricchi, nemici, mal¬fattori, traditori e perfino carnefici) è oggetto di una tenerezza senza limiti da parte del Maestro, con la disponibilità a essere loro vicino, in una dimensione di predilezione e di perdono, di invito alla conver¬sione e di offerta della salvezza.
La sua è una tenerezza di com-passione, di partecipazione pro¬fonda, empatica, al vissuto dei suoi interlocutori. Non è per niente un agire freddo o distaccato. La com-passione è il sentimento che Gesù prova:
di fronte ai due ciechi di Gerico: «Gesù si commosse (splagch¬nisthéis)>> (Mt 20,34);
dinanzi alla supplica di un lebbroso: «Mosso a compassione (splagchnisthéis), stese la mano…» (Mc 1,41);
alle lacrime della vedova di Nain: «Vedendola, il Signore, ne ebbe compassione (esplagchnisthe ep’aute) e le disse: “Non pian¬gere!”» (Lc 7,13);
al cospetto delle folle che lo seguono: «Vedendo le folle sentì compassione per loro (esplagchnisthe perì auton), perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore» (Mt 9,36);
in occasione della prima e della seconda moltiplicazione dei pani: «Sentì compassione per loro (esplagchnisthe ep’aut6is)>> (Mt 14,14). «Sento compassione (splagchnizomai) di questa folla» (Mt 15,32).
Un movimento compassionevole, di partecipazione interiore,
che non dev’essere sminuito o collocato in secondo piano, in nome della sua divinità o per una lettura neo-doceta del vangelo. La piena umanità di Gesù comporta storicamente una piena assunzione dei sentimenti umani, in particolare della tenerezza come atto di affe¬zione, come vissuto, orientato alla «bene-volenza» e alla pietà, all’a¬morevolezza e alla cura degli altri. Tanto meno si deve pensare alla «com-passione» di Gesù come a una finzione più o meno apparente o esteriore. Non esiste niente nel comportamento del Nazareno che possa essere qualificato tale. Ogni volta che i vangeli fanno riferi¬mento alla «com-passione» di Gesù rimandano a un sentimento, a un modo di sentire realmente sperimentato da lui, incarnato in prima persona (in-carne), a un farsi vicino a chi è nel bisogno, con ciò che
questo comporta sul piano della partecipazione e della disponibilità al servizio, fino all’autoconsegna di sé per tutti, in un gesto di tene¬rezza assoluta che non trova altra ragione che l’amore di gratuità.
«Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).
L’imperativo conclusivo: “ Va’ e anche tu fa’ lo stesso “ (lc 10,38)

Giovanni 12; 1-8

Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betania, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e riasciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?”. Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome tenera la cassa, prendeva quello che vi metteva dentro. Gesù allora disse: “Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avrete me”.

Abbiamo scelto questo passo del Vangelo perché, a nostro avviso, esprime un meraviglioso gesto di tenerezza.
Maria cosparge i piedi di Gesù con un costoso olio profumato per incensarlo: è il suo modo di lodarlo e di ringraziarlo per la sua presenza in mezzo a loro. Giuda Iscariota si scandalizza, perché a suo parere si tratta di uno spreco esagerato ( trecento denari era quasi il salario annuale di un bracciante), ma il Signore Gesù, che pure è sempre stato dalla parte dei poveri e dei diseredati, approva il gesto della donna perché riconosce che il suo non è un atteggiamento formale, è invece il gesto visibile del sentimento che abita nel suo cuore. ( cantare col cuore ) Quel profumo versato sui piedi di Gesù, e non sul capo come si usava fare, è visto come un’anticipazione dei riti di unzione sul suo cadavere. Quel gesto acquista, così, un profondo valore simbolico da annunziare nei secoli, proprio perché legato alla morte di Gesù.
Tuttavia, per il nostro misero parere esso acquista anche un valore simbolico per noi cristiani in riferimento ai nostri gesti quotidiani. Infatti soprattutto nella vita di relazione, e in generale nei rapporti interpersonali, siamo chiamati a riconoscere il miracolo della vita, a ringraziare il Signore per la presenza di quelli che ci vorrà mettere accanto ad avere per loro gesti di accoglienza amorevole, che devono essere assunti come stile di vita: devono essere generosi e perché no anche esagerati affinché il gesto di tenerezza che io compio esprima visibilmente il sentimento di accoglienza e di attenzione che nasce dalla consapevolezza che l’altro è un dono del Signore per me di cui io sono responsabile.
“Come fate a dire di amare >Dio che non vedete se non amate il prossimo vostro che vedete?
Come possiamo lodare, onorare, ringraziare Dio che non vediamo se non sappiamo accogliere la persona che ci sta accanto nel nostro profondo e dimostrarglielo visibilmente con una carezza, un bacio, con un sorriso, con un gesto affettuoso?


A LIVELLO SOCIO-PSICOLOGICO
Franca

Allora se tutto quello che Guido diceva è vero , perché si ha paura di esprimere la propria tenerezza? Perché ad un certo punto nasce il rimpianto per le tante carezze lasciate in sospeso e le tante parole non dette?
Sicuramente le cause sono molteplici e di diversa natura. Cerchiamo stasera di metterne in luce alcune sia di carattere sociale sia di carattere psicologico, perché la persona generalmente è condizionata dai modelli che la società gli impone e dal suo egocentrismo di fondo.
Partiamo dai condizionamenti sociali, visto che tante volte ci viene quasi istintivo giustificare i nostri comportamenti scaricando le colpe sugli altri e sul fare comune. La prima cosa di dire è che la non tenerezza risente della superficialità con cui ci relazioniamo con gli altri. Colpa della fretta? Di questo nostro vivere frenetico? Oppure della paura di un coinvolgimento eccessivo a livello interpersonale?
Generalmente si sente dire che la tenerezza e un sentimento che si addice di più alle donne, in rapporto alla loro femminilità, e che quindi non appartiene all’indole maschile.
Effettivamente appartiene più al mondo femminile perché la donna vive la maternità, ma questo non significa che sia un sentimento esclusivo del mondo femminile; anche l’uomo ha di per sé nella sua interiorità questo atteggiamento, è soltanto che talvolta si lascia condizionare, non lo lascia crescere soprattutto nella coppia, mentre, in alcuni casi, riesce ad esprimerla meglio nei confronti dei figli. Infatti, la tenerezza è un ingrediente necessario per il progetto educativo, mentre con il coniuge essendo un rapporto alla pari ci si aspetta sempre, sbagliando, che sia lui/lei il primo ad esternare tali atteggiamenti e poi perché, sempre nella cultura odierna, la tenerezza può essere interpretata come una forma di dipendenza dall’altro? Sicuramente noi siamo figli di generazioni molto avare di tenerezza quanto meno verbalizzata. L’uomo era uomo, forte, autorevole, duro, che esprimeva solidità e la donna, madre e casalinga. Proviamo a pensare ai nostri genitori e ancora prima dove in certe immagini del primo 900 l’uomo stava avanti e la donna camminava a due tre metri di distanza. Questo non vuol dire che non ci fosse una tenerezza interiore e del cuore, ma certamente sempre molto intima e riservata. Perciò proprio a causa di reminescenze psicologiche, si può pensare che la tenerezza intacchi la nostra “integrità” la nostra “sicurezza di fronte agli altri” mostrandosi deboli.
D’altra parte anche i messaggi della comunicazione tendono a rendere la persona sempre più individualistica e svuotata di atteggiamenti che potrebbero mostrarla in qualche modo debole ed insicura. E’ questa una società in cui la parte sentimentale viene evidenziata come un disvalore poiché quello che più conta è l’avere e l’apparire e non l’essere.
Tuttavia, contro tale convinzione, crediamo di poter affermare che anziché debolezza la tenerezza rappresenta una forza: la forza dell’umile amore, intendendo con questa dizione la concreta disponibilità ad accettare i propri limiti, facendosi teneri con se stessi, e la concreta disponibilità ad accettare i limiti degli altri, facendosi teneri con loro. Parlare di tenerezza non è parlare di sdolcinatezze, ma della forza di un amore dato, ricevuto e condiviso che impegno tutta la persona.

Ma ci sono anche altri sbarramenti alla tenerezza e nascono dalla incapacità a vivere i propri sentimenti. Pertanto se da una parte il modello di riferimento culturale la tenerezza è vista come un sentimento che si oppone alla sicurezza di sé considerandola segno di fragilità, e dall’altra l’incapacità a guardarsi dentro per indagare nei nostri sentimenti al fine di smussare quelli negativi, che provocano la nostra infelicità, per far crescere e coltivare quelli positivi essenziali per una vita di dono, di comunione, condivisione: in una parola di agape.
Secondo alcune scuole di pensiero, la nostra esistenza, la coniugalità, e la stessa genitorialità, la vita di relazione e l’inserimento sociale possono essere determinati da almeno quattro sentimenti fondamentali: la collera, la paura, la tristezza, la tenerezza. Il problema è sapere quale tra questi sentimenti è quello che domina, ossia guida e dirige la vita personale e di coppia, la paternità e la maternità. Sta a noi scegliere. La questione non è di natura accademica: dice la modalità con cui ci situiamo di fronte a noi stessi e al prossimo, e misura la forma stessa dell’esistenza e perfino il nostro ben-essere.
La collera: è un sentimento connotato da rabbia irragionevole, rivolta a tutto e a tutti, che si manifesta come atteggiamento permanente di rivincita e vissuto prevalentemente accusatorio. A livello personale e sociale, chi si lascia guidare da questo sentimento è dominato da un’attitudine solo rivendicativa, come se navigasse in un mare sempre in tempesta, senza riuscire ad essere in pace né con sé con gli altri, e senza che niente o molto poco abbia diritto di essere apprezzato. In soggetti di questo genere prevale la tensione del presente, con l’idea che la causa di ogni male sia da attribuire sempre e indiscutibilmente all’altro/a. Insofferenza, intolleranza, critica fine a se stessa, incapacità a vivere con amore e gioia, caratterizzano lo spirito di queste persone. A livello coniugale le comunicazioni del collerico sono prive di stima e di dialogo sereno e mature e quindi fortemente conflittuali, con comportamenti per lo più accusatori e colpevolizzanti. A livello educativo prevale l’autoritarismo con toni minacciosi, offese e insulti.
La paura fa vivere in uno stato di preoccupazione angosciante, con il timore continuo della perdita di sé e dei beni a cui è legato. Altro è ovviamente la giusta preoccupazione per la vita e la prevenzione dei rischi; altro è lasciarsi determinare da paure immotivate o irrazionali che finiscono per condurre a forme di nevrosi. A livello personale e sociale prevale la paura del futuro e la sfiducia verso se stesso e la vita. A livello coniugale pensa, organizza e vive la comunicazione di coppia sulla base di una emotività ansiogena, e dipende quindi più dagli altri e bassi del momento che da un atteggiamento di fiducia, di ragionevolezza e di sereno ottimismo. A livello educativo si impongono atteggiamenti oppressivi, con la tendenza ad un’iperprotezione come risvolto delle proprie preoccupazioni.
La tristezza corrisponde ad un atteggiamento depressivo, costantemente pessimista verso se stessi e gli altri: il mondo è diviso in bianco e nero: il triste vede solo il nero. A livello personale e sociale il triste si lascia dominare dalla rassegnazione e dal vittimismo. Prevale il ricordo del passato, con rimpianti continui per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, con un’eccentuata disistima di sé e degli altri. A livello coniugale le comunicazioni sono per lo più recriminatorie con giudizi negativi e critiche esasperate. A livello educativo imperano gli atteggiamenti scoraggianti, se non decisamente distruttivi.
La tenerezza è esattamente il contrario dei tre sentimenti considerati:
- se si sceglie la tenerezza, non c’è spazio per il dominio della collera, perché essa è amorevolezza, rispetto di sé e degli altri, empatia e simpatia
- se si sceglie la tenerezza non c’è spazio per il dominio della paura, perché è fiducia in ciò che siamo e in ciò che ognuno può diventare, fiducia in Dio e affidamento alla sua provvidenza
- se si sceglie la tenerezza non c’è spazio per la tristezza, perché sgorga dalla coscienza che l’esistenza merita di essere vissuta come un dono che viene dall’Alto e all’Altro orienta. La tenerezza è gioia e pace interiore, è beatitudine di essere, di amare, di adorare.

A livello personale e sociale suppone un atteggiamento riconoscente, lodando l’Altissimo con tutta la nostra vita, è sentirsi bene con sé e desiderare che l’altro/a sia felice. A livello coniugale ricerca una comunicazione paritaria e matura, orientata a mettere aventi il meglio di sé e del prossimo, in un atteggiamento fiducioso, altruista e propositivo. A livello educativo lo stile della tenerezza è di non imporsi con la forza, ma di saper ragionare e attendere con pazienza i tempi di ciascuno. La tenerezza non blocca con atteggiamenti di rigidità o superiorità, ma va incontro alla persona e la fa sentire amata, dandole fiducia e aiutandola e ad aver fiducia. Un dialogo formativo che sa coniugare, in una unità armonica, tenerezze e fermezza.
L’opzione verso il sentimento dominante della tenerezza nasce quanto si smette di dare la colpa all’altro/a o a se stessi o a tutti e due, e si incomincia a chiedersi: “Cosa posso fare io per rendere felice lui/lei?2 Lo stile è quello di chi non si chiude entro i recinti dell’egocentrismo o si fa forte del proprio potere, ma si ex-pone, esce fuori da sé per farsi compagno/a di viaggio, amico/a, in un atteggiamento di dono, accoglienza, condivisione.

Sono queste semplici domande che ognuno di noi se vuole crescere qualche millimetro è obbligato a porsi con estrema sincerità di cuore.

- Allora la tenerezza si esprime nei piccoli gesti, apre il nostro cuore e apre la strada al cuore dell’altro, perché umanizza la persona e la rende amorevole, capace di ascolto e di comunicazione.

Perciò vivere con tenerezza, per quanto si è detto è sì un elemento naturale ma non è un dato scontato, presuppone una scelta ed una ascesi e la si esprime con il comportamento, con lo stile di vita ma anche con i piccoli gesti del corpo.

Quindi a questo punto ci possiamo domandare:
• cosa dovrebbe fare ognuno di noi per far emergere e coltivare tale atteggiamento?

IL LUNGUAGGIO DELLA TENEREZZA

Prima di tutto c’è un comportamento interiore che nasce dal cuore della persona: è uno stile di vita. Questo atteggiamento che in precedenza abbiamo definito come un ex-porsi, mettersi dalla parte dell’altro, nelle scarpe dell’altro si realizza nell’empatia e nella comunione. La tenerezza è il linguaggio che mette in comunicazione il profondo di me con il profondo dell’altro e si realizza in un coctail di virtù e come dice Paolo nella lettera ai Colossesi 2, 8 e seg.:
“Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia e parole oscene dalla vostra bocca…Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza…”

Ma queste virtù e questo modo di porsi, nei confronti dell’altro, passa anche attraverso la gestualità e la corporeità.
Di qui la necessità, per chi vuole educarsi a vivere questo sentimento, di ricercare un’autoconsapevolezza corporea che lo liberi da ogni forma di dualismo, come da inibizioni inutili o falsi stereotipi come dicevamo precedentemente (solo per le donne, debolezza)
Tra le diverse forme del linguaggio corporeo vi sono:

Lo sguardo e il volto segni immediati dell’incontro (che vuol dire andare verso) sono lo sguardo e il volto. Vi può essere uno sguardo indifferente che riduca la persona ad un “cosa” o addirittura le nega, rifiutando di riconoscerne la dignità o non accettando di collocarsi in un atteggiamento di dialogo, da pari a pari. E vi può essere uno sguardo di dilezione che manifesta un clima di amorevolezza e di attenzione, indirizzato a desiderare il bene dell’altro e a rispettarlo nella sua singolarità unica e irripetibile. E’ solo in questo secondo caso che il volto è percepito nella reale valenza di un te, altro da me, che esige di essere rispettato nella sua individualità.
Carezzare e non afferrare: afferrare è un atto di dominio e perfino di violenza. Accarezzare è invece un gesto di amore nel rispetto della libertà dell’altro in un contesto di amorevolezza.
Il termine “carezza” dal latino caritia rimanda ad un giudizio di valore: nel gesto della carezza l’altro appare come caro (carus) vale a dire prezioso, importante. Sotto il profilo psicologico il gesto della carezza porta on sé una sensazione diffusa di gioia di appartenenza di piacevolezza o di abbandono .

L’abbraccio è un gesto più impegnativo e manifesta la scelta di due interiorità di voler essere unite: un incontro fatto di accoglienza e di dono di sé all’altro. Può esprimere rassicurazione, protezione, sostegno, oppure trasmettere fiducia di fronte a situazioni di dolore o di paura. Può indicare riconciliazione o rafforzamento della comunione e quindi della gioia.

Il bacio: è certo uno dei linguaggi corporei più coinvolgenti e impegnativi. E infatti non lo si dà a chiunque e non lo si riceve da chiunque: ma solo in determinati contesti e in relazione a precise circostanze.
Il bacio della madre o del padre verso il figlio significa protezione, attestazione di stima, rassicurazione, quasi a dirgli “io ci sono, non ti lascio” Nell’esperienza coniugale manifesta la volontà di essere l’uno per l’altro.

L’intimità sessuale. In nessun altro caso il corpo è tanto accadimento di dono-accoglienza-condivisione come nell’incontro coniugale tra gli sposi. Un tale incontro non più mai essere separato dalla tenerezza. La tenerezza è il sentimento affettivo che fonda la realizzazione del significato spirituale della sessualità, orientandola a superare l’egocentrismo infantile e facendo vivere l’incontro coniugale come scambio pienamente personale, paritario e reciproco.

Pertanto la tenerezza richiede la valorizzazione di queste diverse forme espressive, non il loro soffocamento: una valorizzazione globale che assuma il corpo, con le sue strutture sensoriali, come simbolo rappresentativo-realizzativo dell’io spirituale.
E’ bene ricordare che nella vita di coppia e nel dialogo educativo, questo linguaggio non è solo importante ma essenziale: esso misura il grado di tenerezza raggiunto e contribuisce ad accrescerlo.
Nella terapia familiare si sostiene che tutti, piccoli o grandi, abbiamo bisogno di almeno quattro abbracci al giorno per sopravvivere, otto per vivere, dodici per stare bene e vivere serenamente.

La tenerezza è un sentimento che si comunica nella misura in cui si incarna: esso non si insegna, si trasmette vivendolo.

CONCLUSIONI

(La tenerezza non è forse come dicevamo nel primo passaggio: “fare dell’amore un vuoto a perdere”, “prendersi cura dell’altro”, “preoccuparsi per..”?)
E’proprio come l’atteggiamento di Dio Padre: lui ti ama e basta, si prende cura di ognuno di noi, come il buon pastore non lascia neppure una delle sue pecore.

E’in dubbio che la tenerezza è un seme che fa parte del corredo genetico dell’uomo, basta solo cerare di farlo germogliare, tanto è vero che una delle più belle frasi consegnate alla storia è quella di Giovanni XXIII che ci invita ad essere portatori di tenerezza attraverso dei gesti concreti” quando ritornerete alle vostre case date per me una carezza ai vostri bambini “

- Quanti rimpianti per un bacio o una carezza non dati quando per altre cause non è più possibile farlo?

Vorrei terminare con questa ultima breve riflessione che più di una riflessione è una esortazione che faccio ad ognuno di noi:
Il dono della tenerezza se perseguito e coltivato, ci aiuta a raggiungere quella gioia del cuore che ci aiuta a tendere in su, verso l’alto, verso Dio Padre tenerezza infinita.
Il raggiungimento di tale condizione merita certissimamente di compiere ogni sacrificio, accettare ogni fatica o rinuncia.
La ricompensa sarà un’ orizzonte straordinario che solo volando in alto, ovvero cercando di crescere, riusciremo ad intravedere.

Un’idea di questa tenerezza-cercata, la possiamo avere. Se pensiamo, per un momento, allo stupendo romanzo di Richard Bach, Il Gabbiano Jonathan Livingston. L’autore dedica il libro «al vero Gabbiano Jonathan che vive nel profondo di noi tutti». Il racconto comincia quando il Gabbiano Jonathan si rifiuta di accondiscendere al comportamento comune agli altri gabbiani, che si accontentano di volare solo per procurarsi il cibo. Egli vuole andare più su, sopra le nubi, studiare nuove tecniche di volo, entrare in nuove conoscenze e in nuovi mondi. Solo così si sente vivo, fremente di gioia, fiero di aver domato la paura e la mediocrità. Questa scelta va controcorrente e viene avversata in tutti i modi dallo stormo e dagli stessi genitori.
«Perché Jonathan? Perché non devi essere un gabbiano come tutti gli altri? Ci vuole tanto poco», gli ripete continuamente la madre.
«Sta’ un po’ a sentire, Jonathan – gli dice un giorno suo padre con le buone – manca poco all’inverno. E le barche saranno pochine e i pesci nuoteranno più profondi, sotto il pelo dell’acqua. Se proprio vuoi studiare studia, ma studia la pappatoia e il modo di procurartela. ‘Sta faccenda del volo è bella e buona, ma mica puoi sfamarti con una planata di grandi altezze, dico bene? Non scordarti, figliolo, che si vola per mangiare».
È a questa idea («si vola per mangiare») che Jonathan si ribella, non volendo appiattire la sua esistenza ad un livello di ordine solo biologico. E così «non passò molto tempo che Jonathan piantò lo stormo e tornò solo, sull’alto mare, ad esercitarsi nel volo, affamato e felice».
La scelta comporterà lotte, sacrifici di ogni genere, esperienze fallimentari, scoraggiamenti, ma alla fine premierà Jonathan, introducendolo in una condizione che l’autore del romanzo non esita a definire il «paradiso», dove tutti i gabbiani volano ad altezze vertiginose e si amano. È a questo punto che Jonathan prova l’esperienza inebriante della felicità-tenerezza; incontra altri che hanno vissuto il suo percorso e può condividere con loro la gioia della conquista.

Parole chiave:

La tenerezza, da non confondersi con tenerune, è sempre un dono “ fare dell’amore un vuoto a perdere “

Farsi portatori di tenerezza attraverso gesti concreti.

Vivere con tenerezza non è un dato scontato.
Diamo sempre tutto per scontato. Che bisogno abbiamo di impiegare energie per ricordare a qualcuno qualcosa che già sa? ( E questo vale per il rapporto con i figli, i parenti, l’ex coniuge, il nuovo compagno etc…)
Niente è sottinteso,niente è scontato niente di niente è naturale o evidente.

Ogni sentimento per riscaldare il cuore dell’altro, ha bisogno di essere manifestato e ribadito.

Non vi sono alibi e un gesto di tenerezza è sempre di aiuto

GUIDO E FRANCA SARDI

QUESTIONARIO

Qual è il sentimento dominante nella mia vita personale?

- La collera?
- La paura?
- La tristezza?
- La tenerezza?

- Sono consapevole che è necessario fare un discernimento e una scelta non teorica ma di vita?

- Viviamo la tenerezza come sentimento o ci limitiamo al sentimentalismo della tenerezza?

- Siamo consapevoli che solo quando si è amati con tenerezza, si è in grado di rispondere con eguali attitudini agli altri e alla vita?

- Sono consapevole che dalla scelta della tenerezza dipende sia la felicità mia che di quella dalle persone che mi stanno accanto?

- Come esprimo visibilmente la tenerezza nei confronti dei miei figli? Dell’ex coniuge? Dei parenti e degli amici?

- Siamo in cammino per realizzare una reale maturazione nella tenerezza come sentimento naturale e come esigenza di un effettivo discepolato evangelico?